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"Che cos'è la felicità? La sensazione che la potenza cresce, che si sta superando una resistenza." Friedrich Nietzsche, L'Anticristo,188,2

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Atto finale
Postato alle 20:09 di mercoledì, 23 settembre 2009
da: [AribertoMattia]
Poche parole per dire che questo è l'ultimo post che inserisco in questo blog. Le ragioni sono semplici: mi vedo cambiato e ho bisogno di cambiare totalmente impostazione. Non una rivoluzione, ma una evoluzione. La situazione politica del nostro paese si combina con la mia condizione personale di uomo in bilico: diverse affermazioni che ho sostenuto in questi post oggi come oggi non sarei più in grado di esprimerle per il semplice motivo che ho dolorosamente cambiato idea, ho assunto un concetto che prima mi limitavo a sussurrare a mezza voce: il berlusconismo mi fa paura. Lo slogan, la negazione delle istanze culturali, il mito del denaro, il mito della selezione mi fanno schifo. Io posso intuire le ragioni che hanno condotto la maggioranza degli italiani votanti ad accordare la loro fiducia a questo governo, e posso rispettarle da un punto di vista democratico, ma mi permetto di dissentire con tutto me stesso e con tutta la mia forza. Temo la violenza di questo movimento: la sua capacità di ammaliare le folle, di agire solo e soltanto sulla superficie delle cose, di parlare agli istinti della gente, alla pancia più che alla testa. Ci sono le vicende giudiziarie, ci sono gli scandali che tutti conoscono, c'è la sistematica volontà, parecchio sovietica per un curioso scherzo del destino, di normalizzare, ossia non tanto di mettere a tacere l'avversario, ma di renderlo innocuo, sterile, inutile. È un'operazione sottile, ma è un processo che sta andando avanti un passo alla volta. Da intellettuale (fancazzista, fannullone e via dicendo) ho orrore della cartapesta su cui questo gioco al massacro si regge: un ordito orwelliano gestito dallo strapotere dei media e sparato addosso alla bassa attenzione (cultura? Capacità critica?) di una fetta consistente di Italia.
Altro fatto controverso: nelle ultime elezioni ho votato Partito Democratico, proprio quel partito che in precedenza accostai ad una fusione a freddo, ad un'operazione di manovalanza politica atta a raggranellare più voti. Ci ho riflettuto lungamente e sono arrivato alla conclusione che il Pd ora come ora rappresenta l'unico laboratorio possibile e credibile per una politica di ampio respiro, per un progetto che comprenda e vada oltre la ricerca del palliativo immediato che persegue sistematicamente questo governo: la rincorsa sui cento metri che ambisce a ottenere un facile applauso sempre grazie alla grancassa di maggiordomi in livrea. Non voglio letterine laureate in parlamento, voglio uomini e donne liberi, in grado di operare scelte critiche e autonome, in grado di dissentire, in grado di proporre. Guardo con preoccupazione all'impoverimento del lessico delle dichiarazioni, al massacro della lingua a favore di poche parole chiave, impartite dal padrone e ripetute a pappagallo da tutti i sottoposti: questo significa scarsa qualità delle persone a casa mia.

Forse c'è dell'altro, ma qui mi addentrerei nel territorio del privato, cosa che ho sempre evitato come la peste sul blog. Dico solo che la mia personale guerra contro l'accademia, che mi vedrà perdente per forza di cose ma chi se ne fotte, ha raggiunto la sua acmé. Sono ossessionato dallo smercio della cultura per via accademica e istituzionale, uno sfascio che sta costando la vita ad una parte di mondo intellettuale vitale e funzionale, necessario contraltare dell'immenso potere universitario accademico. Non so quanto quest'ultimo passaggio possa sembrare pertinente, ma posso assicurare che ha avuto il suo peso. Credo che aprirò un altro blog, almeno fino a quando mi permetteranno di fare quello che rivendico orgogliosamente come un mestiere, quello di intellettuale. Non è una parolaccia, checché ne dica qualche ministro.

Di politica ne parlerò poco comunque. Mi rispecchio nella componente laica dei democratici, il versante che in questo momento corrisponde maggiormente alla mia visione del mondo e alle mie speranze, e spero che tanto basti. Scriverò soprattutto di cultura: letteratura, cinema, teatro, arte. Non è una forma di disimpegno, ma un modo per prendere le distanze dai modelli bassissimi che la tv commerciale inocula negli italiani da trent'anni. Trent'anni che non sono passati senza conseguenze.
Nuovo indirizzo: http//www.ilquadernosepolto.blogspot.com
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nuovi miti
Postato alle 09:33 di giovedì, 30 aprile 2009
da: [AribertoMattia]

IL GIOCO E IL MASSACRO

di Ariberto Terragni

 

Può suonare strano e, forse, anche un po’ moralotto, interrogarsi sul perché, in questa particolare fase, spopoli la mania del gioco, inteso gioco d’azzardo e di soldi, che fa breccia nel cuore di giovani e meno giovani, abbienti e meno abbienti. Poker, macchine mangiasoldi, enalotti vari super e non, scommesse di ogni genere, prenotabili da qualunque posto e su qualsiasi tipo di competizione: internet garantisce una capillarità che prima di oggi era impossibile immaginarsi.

Ho evitato di pormi nei confronti della questione con una dose di eccessiva prevenzione, mi sono chiesto: perché c’è gente che si mette davanti ad uno schermo per giocare ore e ore soldi finti che sono più veri dei veri? E come mai il volume di pubblicità che sospinge tutta la baracca si sta incrementando sempre di più, senza patire crisi di sorta?

Partiamo con ordine: io non gioco, ho sempre provato una naturale repulsione per le carte e in genere per tutti i passatempi da bar; cose mio, snobismo mio, educazione mia, è più che lecito che altri agiscano diversamente e che impieghino il tempo come meglio credono. Certo che però vedere sotto forma di invitante prodotto di consumo quella che alla fine è una passione per così dire rischiosa, che se non viene controllata e in qualche modo incanalata diventa una vera dipendenza, con effetti collaterali enormi per gli equilibri psicofisici e finanziari, stride alquanto. E allora mi chiedo: com’è possibile che una pratica lecita ma da affrontare con cautela come il gioco d’azzardo possa trovare dei facili tramiti presso i principali mezzi di diffusione di massa? Domanda retorica la mia, visto che sotto devono esserci interessi non da poco. Ciò che mi stupisce però è che tutto questo business sia esploso come all’improvviso, in modo tale che anche uno sprovveduto in materia come me sia rimasto colpito dalla mole di richiami pubblicitari ai tornei di poker, variante texas hold’em, e società che promettono scommesse facili e vincite ancora più facili, quasi che ancora una volta la nostra italietta si sia vista invasa, indotta dall’esterno a piegarsi ad una moda che non le appartiene, ad un flusso di soldi e di immagine che, lanciato come esca, ha trovato un gran numero di pesci che non chiedevano altro che abboccare.

Curioso poi che tutto ciò accada in piena crisi economica e sociale, con perdita di posti di lavoro, perdita di benessere, difficoltà di ogni genere a far quadrare i conti, quando la reazione più naturale del mondo sarebbe quella di tagliare l’inutile, di eliminare gli sprechi, di smorzare i vizi. Sembra quasi che la chimera del colpo grosso, della vincita che risolve tutto in un botto sia l’ultimo santo a cui votarsi, tanto che l’andazzo pare proprio che sia ben tollerato da garanti e garantini, associazioni e conbriccole varie, che tutelano, esigono, fanno presente e poi, puntualmente,  lasciano correre con discreta solerzia. Siamo al panem et circenses, ma chi se ne frega in fondo: basta colare a picco con una scala reale in mano, con una puntata vincente, con la serie di numeri buona.

Il fatto è che anche l’immagine di questi tanto mitizzati giocatori professionisti, che le reti private del reame ci mostrano compiaciute in interminabili notturne, mi stanno anche un po’ sulle scatole. Ero così affezionato all’immagine del giocatore in stile Robert Redford e Paul Newman ne La stangata, oppure alla cinquina Abatantuono, Delle Piane, Haber, Cavina, Eastmann in quel gran bel film di Regalo di Natale: astuti uomini di mondo che al massimo ambivano a lasciare in mutande il riccastro di turno, salvo poi, magari, lasciarci la ghirba proprio loro. Oppure, sempre cercando riferimenti cinematografici, come dimenticare Proietti e Montesano in Febbre da cavallo?

Era un’iconografia diversa che perlomeno relegava il mito del giocatore ad un luogo ameno dell’immaginario (come nel caso del La stangata) o che addirittura lo smontava, rivelando dietro i sogni di gloria le miserie e le frustrazioni, magari sotto forma di risata amara, come nella celebre pellicola si Steno.

Ora con che immaginario abbiamo a che fare? Ci sono questi tizi imbacuccati che si sforzano di fare le sfingi per non rivelare le proprie intenzioni all’avversario, che si vestono in modo ridicolo, che qualche volta si nascondono dietro spesse lenti scure “per avere più carisma e sintomatico mistero”. Un magro bottino, e probabilmente un cambio sfavorevole, che sottrae al sereno sogno di svoltare tutta la sua cifra leggendaria, per restituirci dei ragionieri del poker d’assi, dei praticoni della statistica che pretendono di professionalizzare quello che al massimo è un regno dello sfogo personale e del momentaneo, e per forza di cose deficitario, tentativo di riscattare la meschinità piccolo borghese.

Non posso fare a meno di vedere, dietro tutto ciò, una manovra, un’altra imposizione calata dall’alto, un’operazione di puro e semplice marketing atta a spillare soldi con il minor sforzo possibile, e per di più con il paravento della legalità.

Forse, con un’interpretazione non proprio benevola, potremmo dire che questa nuova moda non fa che accodarsi ad un andazzo generale in cui i soldi alimentano se stessi e, spesso, un ristretto novero di padroni del vapore, in cui il fatto di far circolare moneta supera e umilia l’obiettivo per cui la moneta dovrebbe esistere: creare benessere.


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i libri inutili
Postato alle 20:08 di domenica, 19 aprile 2009
da: [AribertoMattia]

ADESSO CE LA SPIEGANO LORO

di Arberto Terragni

 

Sfogliando e leggendo quotidiani mi sono imbattuto in un fenomeno a mio avviso curioso: la nascita di un nuovo genere letterario. Si tratta di un’operazione mercantile abbastanza sofisticata. Andiamo con ordine. C’è la crisi, giusto? Bene, ad onta di ciò numerosi menti italiane sono corse ai ripari nel tentativo, generoso e altruista, di spiegare ad un gran numero di connazionali i perché e i percome di cotanta catastrofe. Chi sono questi filantropi? Presto detto: soprattutto politici, e a seguire blasonati industriali, che pubblicano impunemente, presso le più grosse case editrici, la loro ricetta per risolvere i nostri mali.

Basta prestare un minimo di attenzione per scorgerli subito, questi oracoli del bene: collane giovanilistiche e ammiccanti (quelle bordate di giallo dai…), copertine piacevoli al tatto e dai colori intriganti che svettano tra le cataste dei nuovi arrivi.

È bello vedere come la classe dirigente che ci ha parzialmente rovinato sia la prima non solo a non chiedere scusa di nulla, ma a proporsi come guida morale per il futuro della patria. La parola d’ordine è per tutti la stessa, invero piuttosto scontata: meritocrazia. Eccoci qua, gira che ti rigira si arriva quasi sempre a questo punto di partenza. Tutti la invocano, quasi nessuno la pratica, in pochissimi intendono praticarla; a dire la verità io non ho nemmeno capito bene che cosa sia questa meritocrazia, ennesimo abuso lessicale di cui una certa classe dirigente si riempie la bocca per indicare la strada maestra. Ma guardiamo un attimo ai fatti: quali teste sono cadute per il terremoto in Abruzzo? In base a quale merito certi ministri siedono sul proprio venerabile scranno? In base a quale equazione vengono accordate liquidazioni multimilionarie per manager pubblici di aziende fallite? Poi però parlano di meritocrazia, e pubblicano il loro libro con slogan in quarta di copertina, la morale della nonna per infondere coraggio: l’Italia deve ripartire e puntare in alto, anzi, meglio ancora, deve ricominciare a puntare in alto, evocando un passato glorioso che gli storici riscontrano al massimo nel Rinascimento. Ma sì, che ce frega? Puntiamo in alto, rischiamo, giochiamocela fino in fondo, puntiamo sui giovani e diamoci alle spese pazze per fari girare i soldi e rilanciare l’economia.

Io non so francamente queste persone in base a cosa decidano di scrivere un libro, ammesso e non concesso che siano loro a scriverlo e non un qualche editor. So solo che ogniqualvolta mi imbatto in un nuovo titolo da battaglia, puntualmente pubblicizzato nei salotti televisivi, sento un fremito, un moto di rabbia che mi prende lo stomaco: come mai questa improvvisa scarica di saggezza, mascherata nelle eleganti vesti tipografiche di qualche ricca casa editrice? La risposta forse sta nelle parole di un editor per così dire in minore, uno di quelli che si spaccano la testa per far quadrare le proporzioni estetiche qualitative di una casa editrice piccola e un po’ sfigata: “Non conta quello che uno scrive, conta la notorietà di quello che scrive: noi abbiamo pubblicato recentemente un libro parecchio mediocre a scapito di un libro di buona qualità, il motivo? Il primo era l’opera di un politico, il secondo di un autore sconosciuto.” La fonte è mia, direttamente dagli scambi epistolari che ho il piacere di intrattenere. Come in molti altri settori la qualità passa in secondo piano rispetto alla prospettiva di vendita che un nome importante o solo minimamente più noto di quello di un esordiente può garantire: e questa si chiama meritocrazia signori, come la nostra brava classe egemone si impegna ad insegnarci cotidie.

L’idea che modestamente mi sono fatto è che più che leggere le novelle duemila dei baroni del giornalismo e delle vallette della politica, forse sarebbe il caso di riscoprire i grandi classici del pensiero, che so, un Platone, un Hobbes, oppure anche un Cartesio (il Discorso sul metodo non è per nulla incomprensibile e astruso, per esempio); non sarebbe un’opera poi così malvagia il provare a divulgare questi testi piuttosto che gli scartafacci di qualche praticone della scrittura in vena di sprecare inchiostro. Nessuno ne parla però, preferiscono l’intervista marchettosa a favore del potente di turno, che dopo aver preso parte al disastro ora ha anche la boria di dirci come venirne fuori. Platone vende così così ultimamente: è perché si ostina a scrivere in forma di dialogo, se invece provasse a “modernizzare l’espediente comunicativo e cercasse di intrattenere il lettore” allora forse…


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un tentativo di analisi
Postato alle 11:06 di mercoledì, 15 aprile 2009
da: [AribertoMattia]

DOPPIA IDENTITA’

di Ariberto Terragni

 

Il berlusconismo è un mito che sta caratterizzando la fase storica, o se si vuole metastorica, che stiamo vivendo: la sta condizionando, blandendo, piegando a sua immagine, istillando nelle persone la sua ideologia – perché di ideologia si tratta, eccome se si tratta: confusa, magmatica, dilagante ma di ideologia si tratta – avendo però la grande astuzia di presentarsi sempre e comunque come una scelta. Basta vedere ai primi cenni di critica qual è la risposta dei militanti: stai dando contro alla maggioranza degli italiani.

Tralasciamo il valore simbolico di una risposta del genere, perché non basterebbe un volume enciclopedico per definirlo, visto che la leggerezza schematica con cui viene proposta da tutti i rappresentati del berlusconismo sa tanto di catena di montaggio delle idee e di pericolosissimo populismo massimalista. Diciamo una cosa: nelle sue molteplici attività Berlusconi è anche un editore, il più importante editore d’Italia, per cui, considerando l’editoria come espressione di un’industria culturale, potremmo a buon diritto dire che il Cavaliere è anche uno dei massimi fautori della cultura letteraria italiana, cosa che è profondamente falsa. La Mondadori presenta in catalogo autori che sono all’antitesi del berlusconismo, e che sono espressione di una cultura formalmente di sinistra, come del resto, per innumerevoli ragioni, gran parte della produzione culturale italiana del dopoguerra: Pasolini, Calvino, Raboni, Parise, Fortini e via dicendo. Opera in sé meritoria, di spessore autenticamente democratico e pluralista. Ma allora perché dalle parole del presidente traspare sempre un malcelato disprezzo per la dignità del pensare? Come mai si sente costante il bisogno da parte di Berlusconi e del berlusconismo di denigrare o sottovalutare qualsiasi potenzialità artistica, letteraria che il nostro paese possa esprimere?

La cultura del fare, si diceva settimana scorsa. Il Presidente è un esempio totalizzante della cultura del fare, che non necessariamente contempla un fare bene o un fare male, ma che ingloba un po’ tutto, come il Pdl, senza grosse distinzioni.

Credo onestamente che questa macroscopica anomalia sia una delle figlie minori di quella catastrofica incongruenza che è il conflitto di interessi: quando gli interessi propri sono talmente abnormi, dilatati e obesi è facile finire per compiere delle azioni che vanno al di là delle proprie intenzioni, frutto dell’operato di qualche sottoposto, di qualche amministratore delegato, anello della catena più o meno importante che espleta il proprio margine di discrezionalità nel bene o nel male, andando ad accumularsi al margine che tutti i dirigenti di un certo livello dispongono. Il risultato? Magari un panorama aziendale significativamente diverso rispetto all’asse portante delle idee del capo.

L’editoria, tanto per fare un esempio, smentisce il capo nelle sue più intime convinzioni. Ma allora dov’è l’inghippo? Difficile da dire. La perdita di peso specifico delle parole, la bulimia di proclami e discorsi, tipica di una certa logica del potere che mira a riempire la pancia dei palati meno fini, produce anche effetti collaterali di questo genere: sono gli altri che capiscono sempre male, che stravolgono i fatti, che, udite udite, “divorziano dalla realtà”. Personalmente credo poco a queste smentite, preferendo una più modesta osservazione asettica dei fatti: la voce di chi ritiene che l’attività dell’intellettuale serva ancora a molto, per colpa anche del berlusconismo, viene messa a tacere, umiliata e messa in un angolo. L’opera meritoria dell’editoria, che quella sì dà una voce a tutti, viene sistematicamente sbranata dalle produzioni televisive delle emittenti sempre del premier, in una continua schizofrenia che denuncia tutti i limiti di un impero economico dalle mille sfaccettature e da interessi così diffusi e radicati da perdere una coerenza interna, una sua continuità di trama.

Suppongo che nell’agenda di governo annotazioni come questa non trovino posto; in un paese in cui la cultura è vista come un intralcio non mi stupisco più di nulla, nemmeno del conflitto di interessi, nemmeno di vedere un servizio pubblico costretto a misurarsi a livelli sempre più bassi con il plauso della gente, che continua a lamentarsi ma che poi la tv l’accende sempre. Eppure il comparto editoriale Mondadori resiste, e dà voce anche a chi la pensa diversamente, per una sorta di strana anomalia che continua a far produrre qualità di fianco a pubblicazioni infime e sconcertanti. Peccato che i Meridiani costino un occhio della testa: mi viene da dire che ancora una volta la scrematura è di ordine economico, un po’ come per le scuole, le palestre e quasi tutti i campi della società.


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spettri culturali
Postato alle 12:21 di mercoledì, 08 aprile 2009
da: [AribertoMattia]

SPETTRI CULTURALI

di Ariberto Terragni

 

Pare che il declino della cultura nel senso stretto del termine sia già in uno stadio piuttosto avanzato. La figura canonica dell’intellettuale che sa chi sono Auerbach e Barthes è ormai prossima all’estinzione, o poco ci manca; il lettore avido di “cose difficili” e “cose complicate” viene visto con sospetto e tollerato con malcelata sufficienza così come l’appassionato di teatro di prosa o ancora il cultore della musica colta sono considerati degli strambi, dei diversi un po’ matti da sopportare con pazienza, salvo poi zittirli ogniqualvolta questi si permettano di far notare che anche la loro visione del mondo ha diritto di cittadinanza.

Un certo tipo di cultura del fare, talvolta brutale e sbrigativa e meno nobile di quanto di dica addosso, ha operato il sorpasso, mosso il suo scacco: la cultura del pensare, dello scrivere, del fare critica intellettuale, ha perso definitivamente terreno, non riuscendo da un lato ad appassionare il vasto pubblico, e non riuscendo dall’altro a contrastare la volgarità di una certa divulgazione di bassa lega con la qualità della sua offerta. Basta vedere un qualsiasi palinsesto televisivo per rendersi conto di come il fare cultura sia confinato in una modesta riserva, isolato dal mondo in un vecchio cassettone con i ricordi della nonna e le insulse battaglie ideologiche del tempo che fu: i detrattori parlano di gente “che perde tempo inseguendo i massimi sistemi” tutte le volte in cui sentono una discussione che proceda per astrazione anziché per vissuto, dimostrando come il linguaggio comune dissemini le proprie banalità con spie linguistiche inequivocabili. Si dice: “Parla come mangi” non appena si insegua qualche subordinata di troppo, non appena il lessico impiegato esca per un momento dal solito novero di parole dette e ridette (l’italiano è una lingua stupenda, così ricca di suoni e sfumature…); si salta in testa a chi fa presente che le gare canore televisive condite di ragazzini che “inseguono i loro sogni” e finti professori che alzano il ditino non sono il massimo della vita, che esiste anche un paese diverso, che pretenderebbe di essere ascoltato una volta ogni tanto.

I riferimenti culturali alti nel breve volgere di qualche decennio sono passati dall’essere il non plus ultra dell’ambizione al ritrovarsi privi di cittadinanza, considerati un orpello da tagliare dai bilanci o un fastidioso inciampo che complica le cose anziché semplificarle e snellirle.

Il progressivo disfacimento umano a cui sta portando il capitalismo senza regole non solo sta devastando le economie, ma asta anche impoverendo drammaticamente quella che un tempo si chiamava la formazione della persona: un numero sterminato di laureati non legge, non sa mettere in fila un discorso in italiano, ma soprattutto non ha gli strumenti per problematizzare la realtà, connettendo le informazioni, operando scelte e osservazioni, e tutto questo per un modello comportamentale – imposto – che è massificato, uniformato verso il basso. Leggere i grandi autori è considerata una perdita di tempo, imparare a studiare testi che presentano concetti veramente ostici viene vissuto non come una fase necessaria dell’apprendistato ma come un intralcio all’obiettivo finale, che il più delle volte si risolve nella ricerca di un vantaggio economico personale. Hai il macchinone? Sei arrivato; non ce l’hai? Sei un pezzente, e via dicendo in una logica un tanto al chilo stupida e perversa, che mina le fondamenta stesse del pensiero democratico con un’opera di logorio sempre più rapida.

Non viene nemmeno il sospetto a questi signori che il piacere estetico che la lettura di Proust o di Adorno, o di Eliot contiene in sé un valore aggiunto che è il valore dell’eternità: il valore del bello che non conosce prezzo, che si discosta dalle mode per diventare patrimonio autentico e universale, tanto più bello e importante perché a disposizione di tutti e per la crescita di tutti. C’è un modo di pensare e di vivere e di comprendere che passa attraverso la cultura vissuta come esperienza umana che attraversa le epoche e le contingenze per donarci – sì, proprio donarci – quel tanto di gioia di pensare e dunque di stare al mondo che è proprio della persona e di nessun altro. Dispiace tutte le volte che si associa il termine cultura a quello di nozione: hai letto tanti libri e dunque sai tante cose. Non è così, si tratta solo dell’ennesima banalizzazione da quiz. Cultura è saper creare un percorso tra gli argomenti, scoprire che il gioco dei rimandi e di incastri tra un tema e l’altro diventa il gioco più esaltante che la mente possa concepire, nella più assoluta libertà di realizzare se stessi e le proprie aspirazioni più rarefatte perché più alte.

Ma fintanto che il paese che detiene un terzo del patrimonio artistico mondiale (siamo noi, proprio noi) continua ad associare la funzione culturale ad un segno meno, ad una detrazione di risorse e di prestigio sociale riesce difficile essere ottimisti.

Non mi vergogno di rivendicare l’importanza e il ruolo dell’intellettuale nella mischia di un paese civile, che vuole approfondire e non accontentarsi delle immagini patinate di glutei e protesi al silicone nelle strisce televisive quotidiane, vetrina continua dello spaccio di modelli bassi, e tanto più bassi perché animati da un giro di profitti che non vuole saperne di diminuire. L’unica medicina forse è proprio la crisi economica, che per una volta ci mette di fronte ad un dato di fatto: siamo sicuri che con meno azzeccagarbugli e banchierazzi e faccendieri e con qualche intellettuale in più le cose non sarebbero andate diversamente? Non mi risulta che nessuna delle grandissime figure italiane che rispondono ai nomi di Franco Fortini, di Cesare Segre, di Pietro Citati, di Giovanni Raboni, di Cesare Garboli tanto per citare i primi che mi vengono in mente, sia mai stata causa di un dissesto finanziario, o di una truffa o di un falso in bilancio o di un episodio di corruzione. Mi pare invece che una volta che la cultura viene messa fuori dalla porta, alcuni di questi concretoni, che tanto bene predicano la loro personale rivisitazione del concetto di fare, riescono meglio a badare ai fatti propri, in barba a qualsiasi principio, in sprezzo al contegno di chi ha remore a infrangere le regole anche quando queste non sono esplicitamente messe per iscritto.

La crisi economica sta facendo i suoi danni, forse anche la crisi culturale che colpevolmente è stata ignorata finora ha la sua parte di responsabilità.


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il commento alla kermesse
Postato alle 18:40 di lunedì, 30 marzo 2009
da: [AribertoMattia]

PENSIERI CONTRO

di Ariberto Terragni

 

Sarò anche un pericoloso disfattista ma non nutro particolare simpatia per le adunate oceaniche, le elezioni per acclamazione di un unico candidato, le coreografie di giovani e finti giovani che leggono (male tra l'altro) la lezioncina sul foglietto di carta alla ricerca della facile ovazione. Non mi piacciono le cerimonie pletoriche in tempi di crisi; non mi piace la retorica di facile presa dispensata a colpi di slogan e di grammatica povera, di comprensione immediata e carente. Trovo pericolosa la logica del “se non è esplicitamente vietato allora si può fare qualunque cosa”.

Sarò anche indietro sui tempi, sarò anche duro di comprendonio, sarò anche inadeguato, ma costruire oggi quattro centrali nucleari, in ritardo di vent'anni, proprio mentre tutti gli altri paesi europei si stanno orientando verso le fonti rinnovabili e alternative non mi pare proprio un affare, specie quando la Francia, che di centrali ne ha più di cinquanta, col nucleare copre a malapena il 14% del proprio fabbisogno energetico. E l'uranio dove andiamo a prenderlo? E le scorie come le smaltiamo?

Sarò anche poco pratico, ma io, a differenza di qualcun altro, non mi fido del gusto estetico degli italiani, e anche dal mio basso grado evolutivo riesco a capire che se l'aumento della cubatura delle case si basa su un calcolo percentuale chi ha la casa grande dopo i lavori di ampliamento ce l'avrà tanto più grande, mentre chi ce l'ha piccola, in senso assoluto, ce l'avrà poco più grande di prima. Chi ha una casa sola avrà sì un aumento di cubatura e quindi di valore dell'immobile, ma, abitandoci in questa casa, sarà un valore virtuale, visto che non potrà né affittarla né venderla. Diverso, ovviamente, per chi di casa ne ha più di una. Che sia questo un modo per combattere il lavoro sommerso? Non mi pare proprio.

Sarò anche un sovversivo pericoloso, ma la storia delle frequenze televisive come è andata a finire? Devo fidarmi di Report che ha dipinto un quadro a dir poco inquietante? O devo fidarmi dei telegiornali che dedicano un quarto d'ora di palinsesto alla nascita di questo nuovo e salvifico partito dispensando nel resto del tempo sangue e sangue e gossip?

Sarà che ho il vizio di pensare male, ma ho il vago sentore che la troppa cartapesta serva in realtà per coprire qualcosa che non va o che si preferisce non far vedere; la maggioranza vince, e siamo tutti d'accordo, ma non può vantare il primato della ragione, non può soprattutto a fronte delle tragiche lezioni che la Storia ci ha dato, anche di recente, anche non lontano da casa nostra.

Sempre per il vizio di pensare male ho un brivido nella schiena tutte le volte che sento parlare di modifiche alla seconda parte della Costituzione, come dire che si tratta di un versante più facilmente negoziabile. Il Presidentissimo nella Repubblica Italiana non è contemplato attualmente, e a ben guardare un motivo c'è: i pesi e i contrappesi della democrazia non sono paletti messi a caso. Provo allora a pensare a quanto è già stato fatto: voto di preferenza eliminato, parlamento esautorato dai decreti d'urgenza a ripetizione, proposta (seria!) di far votare solo i capigruppo. C’è poi il discorso della delegittimazione politica dell’avversario, che secondo me è un altro tasto dolente: da un lato i probi e i giusti, sotto l’ala del Partito di maggioranza, dall’altra i pericolosi nemici della libertà, in una banalizzazione continua dei contenuti e del lessico con cui il premier ama dividere il nero dal bianco, il bene dal male. Mi dispiace, ma non credo che questa sia abilità comunicativa.

Il problema, secondo me ma non solo secondo me, sta anche in un certo senso di assuefazione che regna nella società italiana di questi ultimi anni: non ci si stupisce più di nulla, come se il nobile senso dell'indignazione fosse un reperto anacronistico degno al massimo di essere confinato entro un'angusta riserva ideologica, figlio di una cultura che leggeva, che si informava, che faceva confronti e che, toh guarda, era anche in grado di incazzarsi se le cose non andavano per il verso giusto. Dicono che il conflitto di interessi non c'entra nulla, che l'egemonia televisiva e mediatica non c'entra niente, che non ha senso l'esistenza di un'opposizione, che l'unico modo per consentire alla nazione di uscire dall'impasse sia quello di ubbidire e dire di sì. Il fatto è che credo esista una leggera differenza tra il sistematico ostruzionismo e l'ammasso del cervello, la delega perpetua della volontà e della ragione ad un uomo solo che se la sbrighi da solo anche per me e chi s'è visto s'è visto. È più forte di me: sono allergico all'esaltazione enfatica di una personalità, all'impoverimento del lessico con la scusa di parlare alla gente, all'arroganza dei soldi che diventano cartina di tornasole del bene e del male. Ma il motto non cambia: ubbidisci sennò sei un disfattista.

Diciamo che sarei più lieto di ubbidire a Cavour, mettiamola così.


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mobilitazione contro Nine
Postato alle 17:16 di domenica, 01 febbraio 2009
da: [AribertoMattia]

NO, GRAZIE

di Ariberto Terragni

 

Già il titolo è quello che è: Nine, cifra che esprime in partenza un insolente senso di upgrade, di nuova scintillante versione e chi è rimasto alla vecchia è un mentecatto. Ma è tutta l’operazione che lascia disgustati: perché l’iper produzione americana sente il bisogno di massacrare uno dei capolavori del cinema di tutti i tempi, capolavoro italiano oltretutto? Otto e mezzo di Federico Fellini non ha bisogno di aggiornamenti né di plug in, per il semplice fatto che è Otto e mezzo di Fellini, meccanismo cinematografico e metafisico perfetto, che non necessita di seguiti né di spiegazioni.

Ci hanno già provato gli illustri amici americani a saccheggiare il nostro cinema (e non solo quello per la verità) con una serie di film schifosi, tronfi e ridicoli che fortunatamente sono sempre miseramente falliti. Mi viene in mente l’imbarazzante plagio de I soliti ignoti, tanto per citare un esempio, ma la lista è assai lunga.

Ora l’idea di Nine, che, udite udite, non trova di meglio da fare che vendersi sotto forma di musical! Altro segno di sbaraglio delle idee: per cercare di meglio indorare la pillola pensano bene di spacciarla attraverso uno dei generi tanto in moda in questi tempi magri. Cast di stelle ovviamente, nomi grossi che sciorinano le solite banalità sull’Italia da cartolina e altre sciocchezze che non si possono più sentire. Parlano di omaggio a Fellini e Mastroianni, ma si dovrebbero vergognare anche solo a nominarli: è squallido pararsi dietro il nome di due giganti per promuovere una fiacca operazione commerciale, la classica americanata priva di gusto e di proporzione; Otto e mezzo è un film italiano, europeo, che risente del clima intellettuale in cui fu concepito, che trasuda di italianità sia nella forma che nelle immagini entro cui si propone. Non mi sento di usare mezze misure: chi ha promosso questa infamia non ha capito nulla né di Fellini né del nostro cinema. Perché la gente che malauguratamente andrà a vedere Nine non sa nulla del regista riminese, né del resto il film invoglierà ad approfondire l’argomento: si usa il nome di Fellini per sfruttare l’effetto cartolina che il suo nome ha ancora sul pubblico di massa, specie oltreoceano. E poi, mio Dio, quel titolo: Nine, come dire che gli americani arrivano laddove Fellini si era fermato, ma per piacere.

C’è di che consolarsi pensando al fiasco a cui andrà incontro la pellicola: un naufragio come non mai meritato, giusto, sacrosanto, che punirà l’arroganza dei soldi e della superficialità con l’oblio e la derisione.

Chi sono questi signori? Che cosa vogliono? Otto e mezzo fu scritto da Ennio Flaiano (oltre che da Fellini stesso), signori, non dal primo sceneggiatore da catena di montaggio prelevato da qualche corso di scrittura creativa americano. In Otto e mezzo c’era passione, c’erano idee, c’era l’autentico travaglio intellettuale di un artista, con i suoi sogni, le sue fobie e i suoi nodi irrisolti, e non la cartapesta di questo circo a stelle e strisce che di tanto in tanto bazzica per la nostra terra prendendo a destra e a manca un po’ quello che gli pare nella speranza, ne sono sempre più convinto, di colonizzare anche quel poco di cervello che ci è rimasto. Col caffè gli è andata sonoramente buca, ma anche con queste sconcertanti buffonate credo che l’esito non sarà molto diverso.

Triste è leggere nel cast il nome di un artista di prima grandezza come Daniel Day Lewis, che in passato si era coperto di onore snobbando i soldi facili e le produzioni convenzionali di Hollywood, ma che ora presta la sua arte a questo pasticcio. Anche leggere il nome di Sophia Loren non mette grande allegria: forse qualche incauto della produzione americana crede che nel cast originale ci fosse anche lei, e la cosa non mi meraviglierebbe.

Guardiamo Otto e mezzo, comunque. Guardiamolo e riscopriamo una storia senza tempo, il più geniale castello per aria che la storia del cinema sarà mai in grado di regalarci; godiamoci la sua struttura visionaria, la sua visione imprevedibile e mirabolante, ma anche la sua sottile ironia (cosa che questa gente venuta da lontano non ha nemmeno vagamente compreso), la sua accesa critica sociale e il gusto delicato della malinconia. Come faranno a rendere il rapporto problematico di Guido con la religione cattolica (sempre ammesso che gli americano osino sfiorare l’argomento), come faranno a rendere il dialetto romagnolo nei ricordi dell’infanzia?

Non lo faranno. Ci daranno il solito cartone animato, il solito carrozzone, nella remota a patetica speranza di reggere il confronto con l’autentica poesia, termine che uso con estrema parsimonia ma che qui è quanto mai necessario.

Ci daranno il piattume dei loro dialoghi paratattici, delle loro pose cariche di moine ma prive di sofferenza, e per di più con la faccia di plastica di tutte le loro dive.

Sarebbe bello che si sollevasse una ferma protesta da parte del mondo intellettuale, magari non solo italiano.


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cose molto antipatiche
Postato alle 00:08 di sabato, 27 dicembre 2008
da: [AribertoMattia]

REGALO DI NATALE

di Ariberto Terragni

 

Arbasino non l’ho visto troppo bene: pontifica e pare un monumento quando snocciola alla tv le sue osservazioni di inizio millennio. Non gli piace la ciccia e non è il solo, ma la scrittura è sempre la stessa: dopo il colpo d’ala di Fratelli d’Italia (scritto e riscritto) e il delirio di Un paese senza mi pare un poco appannato. Punge e non punge forte della sua intangibilità, per l’appunto di monumento. Vede l’Italia da lontano, un po’ come tutti quelli che la amano sul serio, ma ormai ho l’orecchio sensibile e mi stanco a sentirne parlare male o peggio con sufficienza. Il primo passo per ottenere risultati forse è proprio chiedere tanto, anzi tantissimo, nella speranza di ricavarne un dieci o anche un cinque.

 

Nemmeno Kundera mi dà qualche soddisfazione. L’insostenibile leggerezza dell’essere mi dà qualche conato di sonnolenza e di già letto e già sentito. Di filosofia comunque non ce n’è traccia, con buona pace degli intellettuali dell’intellighenzia. Per rispettare il mio sentire della prima ora riprendo paro paro le note di taccuino: “I personaggi, diciamolo subito, sanno di letteratura. Odorano proprio, e qualche volta l’odore non è proprio irresistibile. C’è un ché di troppo in Kundera: un’ambizione smodata, una voglia di estasi intellettuale che quasi sempre sottende l’intellettualismo. Azzardo: questa storia della leggerezza è una specie di anticamera del postmoderno, il cui obiettivo principe era la dissoluzione, la frantumazione della compattezza a favore del pastiche. Calvino è stato uno dei primi a intuire questo passaggio, anche se poi, per motivi di dipartita prematura, non è riuscito a viverlo fino in fondo. Comunque è stato uno dei primi a intuirlo, tanto da dedicare una delle sue celebrate ancorché fumose lezioni americane proprio alla leggerezza, replicando senza molti complimenti (ma almeno citandolo) l’assunto fondamentale di Kundera. Insomma, i romanzi a tesi non mi piacciono molto. Kundera mi pare vittima di intellettualismo, patologia per cui si tende a giocare con le fonti, a imbrogliare le carte senza mai giungere alla sostanza ma solo al suo epifenomeno, deriva peraltro tipica proprio del suddetto postmoderno. Parlare in continuazione di anima, di cuore e di struggimenti interiori non significa automaticamente essere sensibili. E d’altra parte: chi pensa come Teresa? Teresa non pensa ma opera un incessante monologo interiore diretto però al lettore: agisce in funzione di chi legge, e gli propone tesi intellettualistiche, che sono tutto fuorché autentiche. Anche se Kundera lo ha fatto apposta non mi piace.”

 

La buona borghesia ricca e cittadina. Famiglie presenti nel consiglio comunale da generazioni. Proprietà sparse in giro non si sa come né perché. Rampolli adagiati in istituti cattolici dall’asilo ai master. Di preferenza giurisprudenza o economia, ma anche qualche femmina filosofica può essere tollerata: fa blasone in fin dei conti. Ci guardiamo storto e ci contendiamo la proprietà del paese, almeno come usufrutto. Siamo nati e cresciuti insieme, mi viene da dire, eppure io mi sento come un dente che deve essere estratto dalla mascella. Il Dna ha delle responsabilità impensabili.

 

Inquadramenti e inquadrature. Il bisogno di uniformare corpo e pensiero a qualcosa di già esistente è molto forte e presente dalla notte dei tempi. In un certo senso anche il desiderio di far partito in politica nacque, in un passato assai remoto perlomeno, per il bisogno di omologare l’esperienza e far nascere qualcosa di omogeneo. Era ed è più facile difendersi dagli attacchi dei predatori.

Non sono goth, né emo, né punk né tantomeno abbestia, né sanka, né altro. Sorrido quando sento, che so, un emo lettore di manga e anime sedicente artista. Banalizzo: Michelangelo non era emo, e nemmeno Picasso a quanto ne so. C’erano gli impressionisti, questi sì I futuristi poi si adeguarono ad un dettame preciso e a fare cartello. Nel cinema c’è stato il recente esempio di Dogma, con tutti i suoi discutibili risultati. A me i manga non piacciono, anzi, se avessi tante energie da poterle sprecare dovrei odiarli: mi insospettiscono gli stereotipi, la facce tutte uguali, la facile presa. I figurini nipponici poi hanno inquietanti e incresciosi lineamenti occidentali. Giocano a calcio da Dio. Mi accontento di avere quello che ho in questo paese senza.

A dirla tutta: chi se ne frega della vita bassa, così come poco importava della minigonna. Un pezzo di stoffa più o meno corto e più o meno accorciabile o allungabile: mica un avvenimento. Ma c’è di mezzo la sociologia nella sua accezione più accattona a dare patenti e ad inquadrare tutto nella giusta casella. Capacità di creare miti su misura e di vestire il non discorso con un discorso.

 

Qualcuno è anche riuscito a inventarsi un dibattito sulle subordinate. L’italiano? Bello, ma il latino è meglio, ma non per altro: è più ipotattico, mentre l’inglese è deludente perché è paratattico. Il livello linguistico della televisione italiana è molto buono: qualche presentatore è riuscito ad arrivare a ennesimi gradi di subordinazione. Proviamo: “Io sono un uomo che mangia una mela, che cresce sull’albero, che nacque da un seme, che…”. Il bello è che si riesce sempre a farne una questione quantitativa: il membro ipotattico è molto lungo a quanto pare. Oggi siamo meglio di ieri perché ci sono più laureati, ma siamo ugualmente fanalini di coda in Europa, e allora: laureiamo le capre, i cinghiali e le folaghe, così risaliremo la china. Le subordinate forse non riusciremo ad insegnargliele, e fa niente. Cominciamo a mobilitare zoo e allevamenti.

 

Dobbiamo cambiare comunque. Non so bene che cosa, ma qualcosa si deve cambiare. E poi c’è la questione meridionale, ma ce n’è anche una settentrionale e insomma non si riesce ad arrivare alla fine del mese. Ma seguiamo la massaia a fare la spesa: “Signora, ma come fa a fare la spesa? E le offerte speciali?” Comunque il massimo è sempre l’angolo cottura: se magna sempre da mamma Rai. Chiediamo allo chef: che ne dice di questo guazzetto? Non male, e adesso vediamo la cucina veloce ed economica, che non si riesce più ad arrivare alla fine del mese. Cantiamoci qualcosa di napoletano sullo sfondo, ma perché no? Serve ottimismo, che diamine, e basta gufare. Il romanesco comunque è a metà strada e geograficamente potrebbe andare come common language: si può fare? ma certo che no, abbiamo la nostra fiera identità. Gli idiomi mutano ogni venti chilometri poi. Ma ne siamo certi? Secondo me variano da cortile a cortile, e infatti in molti morirebbero per il cortile, ma non per il campanile vicino. In fondo la patria è la terra dei padri, mica dei cugini emigrati agli antipodi.


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bestiario
Postato alle 11:42 di sabato, 13 dicembre 2008
da: [AribertoMattia]

IL CONTO ALLA ROVESCIA

di Ariberto Terragni

L’Italia, manco a dirlo, è in una posizione penosa di classifica (fonte Germanwatch 2008) in quanto a tutela dell’ambiente. Le ultime, oscene decisioni del governo in merito al pacchetto ambientale Ue non fanno che confermare questo disastroso trend.

Mentre appare chiaro a tutte le potenze del mondo che così non va, che ci stiamo suicidando da troppi anni e che il futuro sono le risorse rinnovabili e pulite, il governo italiano marcia in aperta controtendenza, minacciando addirittura di porre il veto in sede europea. Forse i segnali della crisi economica per l’esecutivo non sono ancora abbastanza chiari: se c’è un insegnamento basilare che più o meno tutti stanno traendo è che il concetto d’industria che ci ha condotto fino a questo punto morto è ormai tramontato. Più o meno tutti, noi no. D’altra parte non ci vuole un genio per capire che un modello di sviluppo economico industriale basato sulla distruzione delle risorse non poteva avere vita eterna: un modello che non solo ha tagliato le gambe alla crescita civile e umana di mezzo mondo, ma che sta ormai rendendo la vita impossibile anche a noi, a suon di competizioni assurde e senza meta e qualità della vita in picchiata. Precariato, giornata lavorativa da quindici ore, consumismo, conformismo, deturpamento paesaggistico, squilibri sociali persistenti. Doveva pensarci il libero mercato, ma da qualche mese a questa parte ci siamo accorti che il libero mercato di noi se ne frega, e proprio perché se ne frega della qualità ambientale del nostro pianeta.

Eppure in Italia vige ancora una mentalità nemmeno da anni cinquanta, ma da pieno ottocento: si crede ancora nel miracolo, nella magica riprese dell’economia, come dire che il sistema paese in cui viviamo non dipenda direttamente da noi, dalle nostre abitudini scellerate, dallo scarso rispetto dell’ecosistema in cui viviamo. Non ci vuole molto per capirlo, basta chiedere in giro: la maggior parte della gente considera segno di benessere e sviluppo la lottizzazione delle aree agricole a favore di qualche squalo che ne vuole fare un residence o una palazzina multifamiliare, considera cioè la colata di cemento come la prova tangibile del nuovo che avanza, della civiltà che incolla un altro tassello. È un’idea talmente radicata questa che nemmeno con tutta la pazienza e il buon senso di questo mondo è possibile fargli cambiare idea; è un’idea paradossale, anacronistica, eppure è l’unica che goda credito. Siamo gli zimbelli d’Europa? Europa infame. Così rispondono.

Le linee di tendenza mondiali si stanno ormai delineando: l’economia non può essere un corpo estraneo alla politica, ossia non può assumersi delle scelte di vita e di morte indipendentemente dalle regole che ciascuna comunità di paesi si pone; regole che servono per delimitare ciò che è giusto da ciò che è ingiusto, ciò che è costruttivo da ciò che è solo crapula e accumulo senza senso. La lezione è chiarissima: non si può continuare a sperperare allegramente come se ci stessimo alimentando da un pozzo senza fondo. La ricerca, questo ospite ingombrante, serve anche a questo: a darci un’alternativa di sopravvivenza e sviluppo che non implichi anche la nostra autodistruzione. E in nome di cosa? Di Confindustria mio Dio.

Se i governi precedenti hanno tentennato, indugiato, colpevolmente aggirato la questione, quello attuale sta sferrando il colpo decisivo, non solo o non tanto alla nostra credibilità internazionale, ma anche e soprattutto alla stabilità ambientale di questa nostra martoriata terra: uno scoglio, una penisola, un lembo in mezzo al Mediterraneo che tanto ha fatto per lo sviluppo dell’umanità e che ora di fatto abdica al suo ruolo civile per adeguarsi ad un’agenda governativa che tutto ha in mente fuorché il progresso sociale, ambientale e dunque umano di questo paese.

L’Italia avrebbe tutte le carte in regola per essere la prima a dettare la regole del nuovo assetto culturale e civile dell’Occidente: e sono titoli guadagnati nel corso dei millenni, patenti di arte e tutela del paesaggio che la renderebbero il laboratorio ideale per gettare le basi del nostro nuovo vivere insieme. E invece ancora una volta stiamo arrancando: siamo col fiato corto e con la testa vuota di idee, sempre con la retromarcia innestata, incapaci di un progetto ad ampio respiro, con la politica che si scanna per le poltrone delle commissioni di vigilanza e vaticina lo sfascio della Costituzione. Intanto l’unico, vero disastro che dobbiamo temere sta bussando alla porta. Non basteranno pacche sulla spalla e barzellette stavolta.


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l'analisi
Postato alle 21:01 di martedì, 25 novembre 2008
da: [AribertoMattia]

CERTI POLITICI…

di Ariberto Terragni

 

In epoca di immagine a tutti i costi e cosiddetta mediaticità, non c’è nulla di strano a considerare chi ci rappresenta a livello parlamentare come personaggi dello show business più che come dipendenti al servizio dei cittadini e della nazione. Il politico che intenda diventare qualcuno deve sottostare alle precise regole dello star system: dichiarazioni a raffica alle telecamere, comparsate a più non posso in qualsiasi trasmissione televisiva. Ma c’è molto di più. Una volta raggiunta la malizia sufficiente un politico può pensare di costruirsi un personaggio: recita un ruolo in uno scacchiere molto complesso, si fa scrivere da altri battute e frasi celebri, intenta volutamente polemiche e baruffe. C’è il buono, c’è il brutto e c’è anche il cattivo. C’è quello che stermina i fannulloni (termine ripescato da non si sa bene quale frasario deamicisiano) e quello che è buono a tutti i costi, c’è quello bello (sì, c’è anche quello) e il viveur, quello che ama le donne e quello che invoca il rispetto delle istituzioni anche quando si chiude al gabinetto. Il più gettonato è quello che si schiera sistematicamente dalla parte della gente, sostantivo che risulta più credibile se affiancato dall’aggettivo vera: ecco, la gente vera è un committente molto richiesto. Nessuno si è mai degnato di spiegarci chi cavolo sia questa gente vera. Io, come modesto esempio, mi sento poco o nulla rappresentato da questi sedicenti tribuni, eppure non mi ritengo un cittadino fittizio, in contrasto a tanta e ostentata verità.

Ad ogni modo ciascuno si è ritagliato una sua piccola o grande porzione. Come in un grande reality sempre i soliti noti bazzicano sempre i soliti programmi televisive con gli stessi giornalisti di sempre, anch’essi protagonisti di una querelle senza fine, dove le domande non sono domande, dove le trasmissioni sono ormai palesemente “confezionate su misura” come recitava una celebre intercettazione telefonica. Trasmissioni su trasmissioni, esimi giornalisti che sentenziano l’elisir per risolvere i mali, la parola a tutti a turno, come una buona ed educata democrazia impone, e buona notte. Siamo al punto di partenza, ma almeno siamo a posto con l’authority: televisione di servizio al servizio dei partiti. Al folto drappello di presenzialisti si va aggiungendo anche il sostanzioso contingente dei professori ribelli: gli uomini del sorrisino, verità a portata di mano, fustigazioni senza complimenti e un saldo potere psicologico dovuto al loro titolo: “L’ho sempre detto io che l’università così com’è non va.” Grazie tante.

Ci si è messo anche facebook ad offrire una nuova vetrina a molti esponenti di partito. Uno spazio comodo e autogestito, molto figo perché al passo coi tempi e col sufficiente appeal per conquistare una nuova, e probabilmente meno scafata, platea di potenziali elettori. Sono i mezzi che la modernità mette a disposizione. Cavour, Crispi e De Gasperi non potevano giovarsene e tanto vale: facevano politica. Ora la regola parla chiaro, e pare che ci si debba accontentare di una declinazione di modernità che chissà com’è porta sempre più spesso ad uno scadimento intrinseco della qualità e della politica e dell’informazione, il tutto saggiamente miscelato, shakerato, raffreddato e servito da uno stuolo di potenti demiurghi che gravitano attorno a questo o quel pezzo grosso.

A farci caso anche questa specie di grottesco reality ben si attaglia all’andazzo che da qualche anno ha preso piede: si parla sempre più spesso di semplificazione del linguaggio, il che sarebbe di per sé una cosa auspicabile se si trattasse di eliminare il politichese nelle sue forme più irritanti e prive di senso. Il problema è che questa tanto acclamata semplificazione è andata a corrodere e a impoverire, oltre che la grammatica dell’oratoria politica, anche quelli che sono i contenuti non solo politici ma anche e soprattutto culturali che sarebbe lecito aspettarsi da un dirigente statale di alto, altissimo profilo. Con la scusa del parla come mangi, del pane al pane vino al vino (che peraltro non ho mai ben capito cosa caspita voglia dire) ci siamo ridotti ad una serie di slogan, di parole d’ordine che i maggiordomi e le ancelle ripetono ai microfoni senza dare più nemmeno l’impressione di averci pensato su due minuti: senso critico disabilitato. Con la scusa di parlare alla gente semplice ci ritroviamo con discorsi semplicistici, riduttivi, senza più spessore né referenti. Parlare di cultura è diventata una bestemmia: piace la gente che dà l’impressione di fare, come dire che il fare è tanto più di qualità tanto meno è mediato da un pensiero. Come ha detto Massimo Bucchi giusto venerdì: “L’importante è dire alla gente semplice cose semplici. Così resta semplice.”


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